I soldi non fanno la felicità. A giudicare dal modo in cui funziona la società occidentale, è un adagio popolare a cui non crede nessuno. Ma David G. Myers, psicologo dell'Hope College di Holland, nel Michigan, ha individuato un'interessante discrepanza tra benessere economico e felicità.
Secondo il censimento del 2000, il potere di acquisto dell'americano medio è triplicato rispetto al 1950. Dunque gli americani sono tre volte più felici di cinquant'anni fa? Confrontando i dati economici con i sondaggi sul grado di felicità effettuati dal National Opinion Research Center dal 1957 in poi, Myers ha scoperto che la percentuale di americani che si descrive come «molto felice» si è mantenuta stabile a circa un terzo. Anzi: in realtà i giovani americani sono più ansiosi che in passato. E abbiamo il sospetto è che una ricerca del genere darebbe risultati analoghi anche in Italia e negli altri paesi occidentali.
Nel 2000 Jean M. Twenge, psicologo della San Diego State University, ha pubblicato un'analisi di 269 studi condotti tra il 1952 e il 1993 per rilevare i livelli di ansia in bambini e studenti delle scuole superiori, notando un forte aumento dell'ansia riferita nel corso del tempo. Negli anni ottanta il bambino americano medio riferiva un livello di ansia persino maggiore di quello dei suoi coetanei degli anni cinquanta affetti da patologie psichiatriche!
Gli psicologi hanno studiato a lungo ansia e depressione, ma negli ultimi anni hanno iniziato a indagare anche su ciò che rende felici gli esseri umani. Il campo della «psicologia positiva» è in pieno sviluppo, e i suoi risultati hanno portato a sorprendenti conclusioni. Ci sono sempre più prove che la felicità non si raggiunge né con il duro lavoro né con la fortuna. Le persone più felici sembrano essere quelle che riescono a concentrarsi pienamente sul presente anziché essere sempre protese verso obiettivi futuri.
E allora, che cosa possiamo fare per aumentare le nostre chance di essere felici? La risposta potrebbe nascondersi nel nostro stato biologico.
Quando gli psicologi evoluzionisti scopro no un elemento universale nel modo in a le persone percepiscono il mondo, ne deducono che quell'elemento abbia avuto un valore adattativo per i nostri antenati. Durante la nostra lunga storia evolutiva, le caratteristiche che aumentavano le probabilità di sopravvivenza e di riproduzione erano trasmesse alle generazioni successive, mentre le ali venivano scartate.
Tra le varie caratteristiche utili, noi umani abbiamo ereditato una notevole capacita abituarci, o di adattarci, allo status quo. L'adattabilità è uno strumento meraviglioso quando dobbiamo affrontare condizioni avverse, per esempio un rumore continuo o un'invalidità permanente: dopo un po' può persino capitare di non accorgersi più delle circostanze spiacevoli in cui ci si trova. Sciaguratamente, la capacità di abituarsi si applica anche agli aspetti positivi della vita: per quanto un'esperienza possa essere inizialmente piacevole, se diventa una costante ci facciamo l'abitudine.
Inoltre abbiamo ereditato la tendenza a notare gli aspetti negativi più prontamente di quelli positivi. Tra i primi Homo sapiens, quelli più sensibili ai cambiamenti negativi nell'ambiente naturale ebbero maggiori possibilità di sopravvivenza, perché quei cambiamenti potevano essere un segnale di pericolo. Come i nostri remoti antenati, anche noi abbiamo un cervello predisposto geneticamente a notare i problemi. Così, la naturale condizione umana è quella di dare per scontate le esperienze positive e concentrarsi sugli aspetti più problematici della vita.
Infine c'è un altro aspetto della nostra natura che contribuisce a impedirci di raggiungere la soddisfazione: quella vocina dentro la nostra testa che spesso ci convince che la vita sarebbe migliore se solo possedessimo qualcos'altro. È facile capire perché i nostri antenati che non erano mai soddisfatti si trovassero in vantaggio sui loro pari più facilmente accontentabili: la voce assillante dell'insoddisfazione li spingeva a impegnarsi per migliorare sempre più.
Oggi, quindi, tutti noi condividiamo alcune caratteristiche che ci portano alla costante ricerca di una vita migliore. Questo però non spiega perché alcune persone sembrino più felici di altre. Potremmo supporre che le persone felici siano quelle hanno finalmente conquistato una «bella vita». Ma gli psicologi hanno imparato che la felicità è legata più alla personalità di ciascuno che alle esperienze e alle presunte «conquiste» della vita.
La personalità differisce dalla natura umana perché varia da individuo a individuo, e allo stesso tempo è relativamente costante nell'arco della vita di ogni persona. Gli avvenimenti vanno e vengono, ma le nostre caratteristiche fondamentali e le nostre reazioni abituali rimangono.
Naturalmente, gli eventi influenzano il modo in cui ci sentiamo, almeno nel breve termine: una vincita alla lotteria avrà il potere di provocare un improvviso picco di felicità anche nel più cinico degli individui. Tuttavia le persone si abituano alle situazioni in cui si trovano, e ritornano al loro personale livello di felicità di base. È questa linea di base o soglia intrinseca di felicità che fa parte della personalità individuale. E allora perché persone diverse hanno soglie di felicità differenti?
La risposta arriva da uno studio sui gemelli pubblicato nel 1996. Auke Tellegen e David Lykken, dell'Università del Minnesota, hanno confrontato i punteggi di felicità tra gruppi di gemelli monozigoti ed eterozigoti cresciuti insieme oppure separatamente. Hanno così scoperto che circa 1'80 per cento della variazione di felicità tra gli individui era ascrivibile a differenze genetiche.
Sentendo la parola «genetico», i più tendono a pensare «trasmesso dai genitori ai figli».
In questo caso, tuttavia, «genetico» si riferisce a una caratteristica che deriva dal mode sempre nuovo e diverso in cui i geni del padre e della madre si combinano per forman un individuo unico. Questo spiega perché anche i tratti con una forte componente ereditaria sono ancora suscettibili di ampia variazione tra genitori e figli o tra fratelli e sorelle. A meno che una persona non abbia un gemello monozigote, dal punto di vista prettamentf genetico sarà autenticamente unica.
L'idea che ognuno di noi abbia un livell< di base di felicità - in gran parte determinate geneticamente - ha implicazioni importanti se la affianchiamo a ciò che condividiamo della natura umana. La tendenza ad abituarsi allo status quo spiega perché, a prescindere da ciò che ci accade nella vita, tendiamo a ritornare alla nostra soglia di soddisfazione soggettiva, qualunque essa sia.
Gli psicologi hanno scoperto alcuni tratti di personalità che appaiono comuni nei soggetti con soglie di felicità elevate. Nel 1998, la psicologa sociale Kristina DeNeve e lo psicologo Harris Cooper hanno riesaminato 148 studi sulla relazione tra personalità e felicità, osservando che le persone che riferivano di essere più felici dichiaravano anche di essere più estroverse, amichevoli, fiduciose e scrupolose. Ed erano anche più propense a ritenere di avere il controllo della propria vita, e meno inclini all'ansia e agli sbalzi di umore.
I tratti di personalità associati alla felicità appaiono anche collegati al successo e alle realizzazioni personali. È possibile conquistare la felicità (o almeno la soddisfazione) lavorando sodo e con determinazione?
Il capitalismo si basa sull'idea che sia possibile comprare la felicità, una convinzione che alimenta la competizione e il consumismo.
Le ricerche che mostrano l'assenza di correlazione tra benessere materiale e felicità gettano seri dubbi su quest'idea. Ma inseguire la ricchezza è qualcosa di peggio che una strada improduttiva per conquistare la felicità: è una ricetta per essere infelici.
Gli psicologi definiscono la tendenza a paragonarsi con chi gode di maggiore benessere economico «confronto verso l'alto», un tipo di confronto noto per generare insoddisfazione, Usando i dati dei sondaggi condotti negli Stati Uniti dal National Opinion Research Centei tra il 1989 e il 1996. Michael R. Hagerty, dell'Università della California a Davis, ha studiato la relazione tra la felicità di un soggette e la distribuzione della ricche»a nella comunità di cui fa parte. Ha così scoperto che maggiore era la disparità all'interno di una comunità, minore era il grado di soddisfazione dei suoi membri. Al contrario, i dati raccolti negli Stati Uniti e in altri sette paesi tra il 1972 e i 1994 mostravano che il livello medio di soddisfazione aumentava con il diminuire delle disparità di reddito all'interno della comunità,
A quanto pare, quando sappiamo che gl altri stanno meglio di noi il nostro livello d soddisfazione ne risente. Viceversa, il confronto verso il basso (con chi è più povero d noi) tende a renderci più soddisfatti e a farci apprezzare di più ciò che abbiamo. Sciaguratamente, sembra che la nostra inclinazione naturale sia soprattutto a effettuare confronti verso l'alto, una tendenza alimentata anche dai mass media.
Ma la tendenza a collegare la felicità al raggiungimento di un obiettivo è controproducente anche quando non siamo in competizione diretta con altri. Secondo gli psicologi William D. McIntosh, della Georgia Southern University, e Leonard L. Martin, dell'Università della Georgia, chi si concentra ripetutamente sul raggiungimento di obiettivi avrebbe meno probabilità di essere felice.
Facciamo l'ipotesi che ciascuno di noi si collochi in qualche punto di una linea continua che descrive il collegamento della felicità al raggiungimento di un traguardo, e che va da chi non effettua alcun collegamento (nonlinker) a chi collega le due cose in modo estremo (strong linker). McIntosh e Martin sostengono che il problema degli strong linker è di concentrarsi in modo ossessivo sulla realizzazione di specifici obiettivi. Data la convinzione che la felicità dipenda dal raggiungimento di quei traguardi, questo tipo di persona tende a sentirsi in ansia e sotto, pressione finché non li ha raggiunti, nella convinzione che la felicità sarà ottenuta soltanto in un certo momento nel futuro. Tuttavia, quando finalmente arriva al traguardo, subentra l'abitudine, per cui torna al proprio livello di base di felicità esattamente come chiunque altro. E quando si rende conto che il suo livello di felicità non è cambiato in modo permanente, ne conclude che la felicità si trova appena oltre il successivo orizzonte.
Gli psicologi hanno scoperto che noi esseri umani siamo molto bravi nell'autoingannarci sul futuro: tendiamo a credere che domani potremmo essere più felici di oggi. Ma la scelta di continuare a collegare la felicità al raggiungimento di specifici obiettivi può essere rafforzata dall'osservazione. Le persone di successo non sembrano anche più felici? In effetti, gli studi avvalorano un collegamento di questo tipo, ma non nel modo in cui siamo soliti pensare.
Nel 2005 Sonja Lyubomirsky, psicologa dell'Università della California a Riverside, ha riesaminato i risultati di studi che dimostravano una correlazione positiva tra felicità e successo, analizzando studi longitudinali - in cui si rilevava la felicità prima e dopo uno specifico successo - ed esperimenti in cui si inducevano nei partecipanti sensazioni piacevoli, neutre o negative prima dell'inizio di un dato compito. In entrambi i tipi di ricerca, felicità e umore positivo costituivano un importante preludio al successo. Le persone felici non erano necessariamente più felici di prima, dopo aver avuto successo, ma tendevano a essere più felici di altri soggetti che ne avevano avuto meno.
Lyubomirsky ne ha concluso che il successo è legato alla felicità: ma come conseguenza, e non come causa. La spiegazione più plausibile è che le persone felici hanno altri tratti della personalità che facilitano il successo. Inoltre uno stato d'animo positivo produce in genere una più forte motivazione, oltre a incoraggiare negli altri un atteggiamento collaborativo.
Ma come si fa a raggiungere la felicità (e il successo che la accompagna) se la nostra personalità non è naturalmente solare?
Secondo Mihaly Csikszentmihalyi, psicologo della Claremont Graduate University, le persone che tendono a essere più felici sono quelle che riferiscono di aver sperimentato ciò che lui definisce «il flusso». Csikszentmihalyi coniò questo termine in uno studio del 1975, per il quale effettuò centinaia di interviste. Da allora ha pubblicato numerosi altri libri sulle «esperienze di flusso», da lui definite come esperienze intrinsecamente interessanti e stimolanti perché il soggetto che le vive ne è totalmente assorbito. Questo non significa che le esperienze di flusso debbano essere divertenti (benché in molti casi lo siano) ma piuttosto che il concetto di flusso implica essere completamente concentrati sull'esperienza. Ciò a cui ci si dedica non è né troppo noioso, né troppo difficile, ma è sufficientemente impegnativo da richiedere la totale attenzione della persona.
Adottando la nozione di flusso, la psicologia occidentale ha abbracciato il concetto
orientale di «attenzione consapevole», che richiede a chi la pratica di non giudicare e di essere coscienti solo del presente: immersi in ciò che sta accadendo qui e ora. Purtroppo, per la maggior parte di noi questo stato mentale non è la norma, ma è una dote che si può acquisire con l'esercizio, per esempio attraverso la meditazione.
Resta comunque da chiarire perché le persone che riferiscono di sperimentare più flusso tendano anche a essere più felici. Psicologi di primo piano, da Carl Rogers a Fritz Perls, descrivono la salute psicologica come la capacità di vivere nel presente. Forse il legame tra felicità e flusso sta nel fatto che le esperienze di flusso richiedono una completa attenzione al presente. Quando siamo totalmente immersi in ciò che stiamo facendo ci è impossibile concentrarci sul passato o sul futuro o avere coscienza di noi stessi: tutte cose che tendono a intaccare il senso di soddisfazione della vita.
Il crescente corpo di studi sulla felicità non dà risposte semplici. Le radici della felicità sono intricate, ma comprendere i modi intrinseci in cui lavora la nostra mente ci dà la possibilità di operare scelte migliori su come investire i nostri sforzi e il nostro tempo nella ricerca della felicità. La psicologia sembra avallare ciò che molti hanno detto in passato: la felicità non è nella destinazione finale, ma nel piacere del viaggio.